martedì 26 gennaio 2021

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 Mario tornò a casa dal lavoro. Sheila gli andò incontro, dopo che aveva appeso il loden sull'appendiabiti  all'ingresso. Si baciarono. Poi Mario si spogliò e fece la doccia. Dopo fecero l'amore. Al termine Mario non fumò. Stava smettendo. Fumare dopo il sesso? Lo aveva fatto per anni, con la sua ex. Ed era come se ci fosse stato qualcosa di inespresso. Con Sheila non provava quella sensazione. Si sentiva soddisfatto, sazio. Poi Sheila gli disse di sedersi al tavolo da cucina e di girare la sedia di lato.

-E' il momento di aggiustarti i piedi, disse. Sheila parlava già bene in italiano. Il suo accento brasiliano non l'aveva di certo abbandonata. E forse non l'avrebbe abbandonata mai. Erano le sue radici. Due anni in Italia e il suo italiano era molto buono. Mario si stupiva al riguardo. E l'accento brasiliano le conferiva quel tocco esotico che ne esaltava ancor più la bellezza mulatta. Non sapeva quanto sarebbe durata. Ma era stufo di pensare in quei termini. A volte capita, quando sei stato bruciato da un'esperienza precedente andata male. A volte capita , anche, quando c'è una certa differenza d'età. Sheila non poteva avere figli per un problema congenito. E Mario non sapeva se questa cosa aveva favorito la loro relazione. Ma non se lo sarebbe chiesto a lungo, credette. O forse sì? Gli italiani, gli europei, pensavano troppo, considerò. I sudamericani vivevano il momento. Erano  buddhisti senza essere buddhisti. Erano buddhisti nati in terre non buddhiste. Si sorprese, nell'aver pensato questo. Doveva essere l'effetto dell'aver ripreso a leggere. Dopo anni in cui aveva vissuto in una casa dove leggere era considerata una perdita di tempo. Rispetto alle cose da fare. Rispetto a tutto. Rispetto alla vita. Una vita che non c'era.

Sheila tornò dal bagno con un bacile plastico pieno a metà di acqua tiepida. Lo pose ai piedi di Mario. Ci versò dentro dell'aceto di canna da zucchero. Poi andò in cucina. Aprì il frigo. Prese due limoni verdi e li tagliò a metà. Tornò in sala da pranzo. Si inginocchiò e cominciò, con i limoni, a strofinare i piedi di Mario. Terminato lo strofinio, prese una sedia e si sedette di fronte a lui. Lo invitò a tirar fuori i piedi dalla bacinella. Uno per volta. Glieli asciugò. Poi, sempre stando seduta, allungò una mano sul tavolo da pranzo. Prese una lima per le unghie e cominciò a lavoragli le unghie dei piedi. Al termine , valutò le dita dei piedi che potevano presentare dei funghi. Le levigò per bene e gli dette su qualche spennellata di un prodotto antifingino acquistato in farmacia.

-Non ci sono da voi erbe adatte, disse Sheila. Ma questo remedio, questo farmaco, potrebbe andare bene lo stesso. Tempo un mese e guarirai.

Poi , sempre dal tavolo, sul quale aveva poggiato tutto con cura prima del rito, prese una crema per il corpo. E cominciò a massaggiargli i piedi.

-La prossima volta uso spatola per toglierti la pelle morta dalla pianta, gli disse.

Mario si osservò i piedi, che poggiavano sull'asciugamani in terra. Non sembravano più i suoi piedi. Unghie perfette, sensazione di fresco, dopo una giornata trascorsa andando a piedi nei vari siti da visitare, per lavoro; piante morbide. Profumo di crema. Non gli sembrava vero. Sarebbe stato troppo facile dire che la sua ex a lui certe cose non si sarebbe mai sognata di fargliele. Magari Sheila veniva da un'altra cultura. Ancora tradizionale. Una cultura in cui il ruolo della moglie, della compagna, era ancora quello di trattare il marito in modo quasi devozionale. Pensò un pò a questa cosa. Ma non ci trovò nulla di degradante o di umiliante. Dopotutto lui non gli aveva mai chiesto niente. Era stata una sua iniziativa. E a lui era piaciuto. E si era un pò vergognato nel dover pensare di darle una mancia. E non lo fece. La avrebbe offesa, questo sì. Anche se Sheila non lavorava e magari qualche soldo per le sue spesucce le avrebbe fatto comodo.

E sì, Sheila non lavorava. L'ultimo lavoro in cui era stata impiagata era stato un MacDonald. Dove il suo capo si prendeva un sacco di licenze. Tutte le volte che passava sul retro, mentre lei preparava i panini, gli si strusciava contro. E una volta che lei aveva protestato lui se n'era uscito con frasi del tipo-che problema c'è? Tanto voi brasiliani che venite a stare da noi siete o puttane o trans. E adesso mi vieni a fare la santarellina? Sheila aveva gettato via il grembiule della divisa e se n'era andata. Nonostante i suoi vent'anni, era una ragazza con gran senso della propria dignità. Certo, non era una santa. Ma voleva scegliere lei a chi concedere le sue grazie; e senza forzature da posizioni di potere. In Brasile, a Porto Alegre, da dove veniva, aveva praticato il ju jitsu ed aveva visto tutti i film di Bruce Lee rimediabili in rete. Conosceva la sua storia. E lo aveva sempre amato come personaggio, nonostante non fosse uno dei miti della sua giovane generazione. Lo ammirava per quel suo spirito di ribellione, sia contro la preistorica tradizione delle sue origini, sia contro le ridicole concezioni razziali che gli occidentali, che si definivano civiltà superiore, nutrivano nei confronti dei cinesi. Ed era un pò quello che aveva preso a pensare lei. Già nel momento in cui, partendo da Porto Alegre, verso il mondo, aveva deciso di vivere la vita senza fare la vita. E ricadere nel frusto stereotipo di cui erano vittima i suoi connazionali ognidove nel mondo. E poi, credeva lei, secondo le leggi di mercato, se i sudamericani vendevano i loro corpi, non era forse perchè la loro offerta soddisfaceva una domanda ormai enorme? Ma non era il suo campo. E quanto aveva riso, quella volta che, a casa di una sua amica, aveva visto un film di Troisi in cui il refrain del comico napoletano, consisteva nel lamentarsi verso tutti quelli che lo incontravano, lontano dalla sua terra, perchè gli chiedevano se era un emigrante? Si era sentita simile a lui. E se l'era portato dentro, quel film, per un bel pò di tempo. A vent'anni, se devi lavorare per vivere, l'università è quello che ti capita nella vita. I film che vedi, le cose che fai, le persone che frequenti.


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